Costa Verde

La Costa Verde e il suo entroterra si trovano geograficamente nella posizione opposta alla Costa Smeralda: sud-ovest contro nord-est dell'isola. Ma la distanza, la contrapposizione non è solo visibile sulla carta. La mondanissima e costosissima terra dei vip e dei loro inseguitori è in fondo proprio l'antitesi di questo angolo della costa sarda rimasto per ragioni storiche ed economiche ai margini del boom turistico che ha arricchito ma anche rovinato altri parti dell'isola. Fino agli anni '50 la risorsa principale di questo Far West sardo è stata infatti l'attività estrattiva e mineraria. Solo poche strade, non asfaltate raggiungevano il mare e gli insediamenti minerari come Masua e Buggerru. A nessuno veniva in mente di andare in vacanza tra gli scavi, gli impianti e le baracche dei minatori.

Quando l'attività estrattiva è andata inesorabilmente in crisi questa tratto di costa con i suoi abitanti si è trovato povero di tutto, ma ricco di una risorsa potenzialmente inesauribile: il mare incontaminato, la macchia mediterranea intatta, chilometri di spiagge deserte. Pur aprendosi al turismo la Costa Verde non ha perso la sue caratteristiche di isolamento, scarso affollamento e assenza di mondanità. Non ci troverete discoteche, villaggi, animatori e ombrelloni, ma molte bellezze naturali insieme a qualche carrello arrugginito o ai resti di uno stabilimento minerario abbandonato, in una atmosfera che ricorda quella dei villaggi fantasma dei film western. Solo un paio di alberghi, altrettanti campeggi, qualche agriturismo: la ricettività della Costa Verde non va oltre questo. Per questo è diventata la metà perfetta per camperisti, liberi campeggiatori, trekker e arrampicatori.

La chiamano Costa Verde perché gli arbusti di lentischio e corbezzolo scendono fino al mare offrendo protezione a una colonia di cervi in continua crescita, che trova cibo e tranquillità al riparo di valli e dune di sabbia. Ma si potrebbe chiamarla anche costa del silenzio, come quei villaggi, molti dei quali abbandonati, che per decenni hanno rappresentato la grande epopea della miniere, cominciata cinquemila anni fa con i fenici, proseguita sotto i Romani fino agli spagnoli e ai giorni nostri.

Il silenzio: quello dei palazzi fatti costruire da imprenditori inglesi, tedeschi e francesi nell'Ottocento e all'inizio del Novecento, quello delle gallerie dove faticavano migliaia di minatori compresi donne e bambini, quello degli impianti che costituiscono uno degli esempi più affascinanti di archeologia mineraria.

E soprattutto il silenzio delle spiagge, lunghe lingue di sabbia che si distendono per chilometri, interrotte da scure scogliere. Frequentate da turisti che cercano soprattutto tranquillità, perché questi territori non sono stati ancora aggrediti dall'urbanizzazione selvaggia che ha cambiato il volto di molti litorali della Sardegna.

La Costa Verde offre uno dei paesaggi più affascinanti di tutto il bacino del Mediterraneo. Perché da nessuna altra parte è possibile ammirare un tale concentrato di sensazioni, offerte da pezzi di archeologia mineraria e da una natura superba che si fondono in un'atmosfera insieme misteriosa e malinconica.

La Costa Verde si apre sulla costa sud-occidentale dell'Isola, nel territorio di Arbus, paese che divide con Guspini alcune delle più interessanti aree minerarie d'Europa: da questi pozzi, insieme con Monteponi e Buggerru, proveniva il dieci per cento della produzione mondiale di piombo e zinco. Tanto che sempre più spesso vengono organizzati veri e propri Grand Tour per ammirare i resti di una civiltà che ormai sembra destinata a scomparire per sempre, quella delle miniere.

Montevecchio, Ingurtosu, Funtanazza, Piscinas, Naracauli, Scivu, Pistis sono tappe di un percorso che affascina migliaia di visitatori che ogni anno arrivano da diversi Paesi europei in cerca di sensazioni che ormai è difficile trovare altrove.
Qui lo spettacolo della natura regala sensazioni difficili da diment
icare. Pensiamo a Scivu, una lunga spiaggia solitaria, senza case né alberghi, che si è salvata per la vicina presenza di una colonia penale.

Sembrano lembi di deserto africano, non a caso è stato ribattezzato il "Sahara d'Italia".
Dune che si affacciano su un mare verde e trasparente e che penetrano all'interno per oltre due chilometri, non lontano dagli avamposti minerari di Ingurtosu e Naracauli, tra gallerie abbandonate e carrelli per il trasporto dei minerali corrosi dalla salsedine.
E' il maestrale, vento dominante in questo tratto di costa, che disegna il paesaggio.

Piega gli alberi e modella le montagne di sabbia, spingendole verso l'interno, costruendo e modificando le bianche distese che spesso ospitano superbi esemplari di ginepri, la pianta odorosa e resistente per eccellenza.

Il fascino di una natura ancora incontaminata si coniuga in modo del tutto originale con la civiltà mineraria, con i suoi palazzi, le sue officine, i suoi pozzi, le sue gallerie, oggi abbandonati dopo l'esaurimento dei filoni di piombo e zinco. Perché tra Arbus e Guspini è possibile ammirare i più suggestivi esempi dell'epopea mineraria. Difficile descrivere le sensazioni che regala Ingurtosu (il nome deriva da "su gurturgiu", l'avvoltoio grifone che non molti anni fa era possibile ammirare in cielo), il grande villaggio chiuso alla fine degli anni Sessanta.

Ieri vivevano tra queste colline rivestite da pini e lecci quasi cinquemila persone, oggi non più di cento. Ingurtosu è un monumento di archeologia mineraria tra i più rinomati al mondo. La direzione della miniera, le ville in granito in stile liberty, le case dei minatori, l'ospedale, i vecchi ascensori per scendere nei pozzi, la chiesa, la scuola sono immersi in un paesaggio da sogno, che domina come una gigantesca terrazza naturale il mare della Costa Verde e in particolare le dune di Piscinas. Vecchie abitazioni e magazzini nascosti nel verde che cresce rigoglioso, frequentati più dalle capre e dai cervi che dall'uomo.

 

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